Tre proiettili e tre donne: un “finto scontro in Bastar”

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Tre proiettili e tre donne: un “finto scontro in Bastar” Tre proiettili e tre donne: un “finto scontro in Bastar”

In Bastar, episodi di violenza di Stato sono stati regolarizzati per un decennio. Nella corsa verso le elezioni di Lok Sabha (Assemblea nazionale, n.d.t.) tali episodi sono praticamente dei non-problemi.

Questo è il primo articolo di una serie in due parti sugli scontri di febbraio in Bastar.

Esistono cose che facciamo ogni giorno, ma non si sa quando sarà l’ultima volta che le faremo. Questo vale per chiunque ovunque, ma in misura maggiore per chi abita zone di conflitto in cui la “guerra” si intromette senza preavviso in modo imprevisto.

È successo qualcosa del genere a Podiyam Sukki la mattina del 2 febbraio 2019 quando ha lasciato i suoi quattro bambini che dormivano, ha preso l’ascia e si è unita ad altre due donne del suo villaggio, Kalmu Deve e Podiyam Hungi. Sono partite per le foreste poco distanti dal loro villaggio di Godelguda nel tehsilKonta di Sukma, per raccogliere legna da ardere.

Hanno attraversato lo stagno del villaggio e stavano percorrendo un tratto aperto intervallato da pochi alberi e cespugli di tendu (albero che cresce in India centrale, n.d.t.) – a non più di mezzo chilometro dal villaggio – quando hanno notato forze di sicurezza provenienti dalla direzione opposta. Voltatesi per la paura, hanno udito uno sparo. Allarmate, hanno alzato le  braccia e le asce gridando che erano uscite solo per tagliare legna. Ma prima di rendersene conto, Sukki e Deve erano state colpite, mentre un proiettile mancava Hungi solo per la sua bassa statura.

Quando siamo arrivate a Godelguda era notte fonda. Tramite i fari delle motociclette abbiamo potuto identificare i contorni delle case e dei cortili che avevamo passato. Ci siamo fermate in uno spazio aperto vicino a una casa dove alcune donne sedevano su un pavimento incrostato di fango. Un bambino bello e sano dormiva su un panno di cotone colorato. Il piccolo di 3 mesi era il più giovane dei quattro figli di Sukki.

Alcuni di noi si sono seduti su lettini di corda che erano stati portati fuori per noi, quando sono arrivate Deve e Hungi, seguite da Deva, marito di Sukki, insieme ai suoi altri tre figli; Joga, il maggiore, ha 6 anni. Deve e Hungi sono giovani donne sui vent’anni. Il viso di Deve appariva molto costernato, mentre lei raccontava quanto successo quella mattina. “Sukki è stata colpita allo stomaco“, ha detto. Indicando la parte superiore della coscia sinistra, ha aggiunto: “Sono stata colpita qui e ho perso conoscenza; era rimasta solo Hungi a poterci aiutare“.

Hungi, una donna snella, ancora sconvolta, ha affermato: “Sono riuscita a trainare Deve al villaggio in qualche modo. Sukki stava gridando mamma e chiedeva dell’acqua quando l’abbiamo lasciata“.

Il leader adivasiSoni Sori, andato al villaggio subito dopo l’episodio con un gruppo comprendente membri del partito Aam Aadmi (centro sinistra / sinistra, n.d.t.) e attivisti adivasi, ha dichiarato: “Appreso l’accaduto, alcune donne del villaggio sono andate sul posto con dell’acqua per Sukki e hanno visto le forze di sicurezza metterle un’uniforme maoista. Quando le donne hanno protestato, le forze l’hanno avvolta in un foglio di polietilene, anche se era ancora viva e chiedeva dell’acqua“.

Deva ha precisato che i suoi familiari l’hanno informato dell’accaduto  per telefono. Si trovava in un villaggio del Telangana dove si era recato solo dieci giorni prima a lavorare nei campi come lavoratore occasionale. Ha detto che le forze di sicurezza si sono portate sua moglie, quasi 27enne, al campo CRPF (Forza di polizia centrale di riserva, n.d.t) di Puswada, dichiarando che vi era un ospedale da campo.

Quando sua madre e altri del villaggio sono giunti al campo, Sukki era morta. Il suo cadavere è stato restituito a tarda notte quel giorno, dopo che i suoi parenti sono stati tenuti ad attendere per varie ore. Le forze avevano anche esercitato un’indebita pressione sulla famiglia affinché il corpo fosse cremato rapidamente senza completare i consueti riti.

Uccisa in uno scontro, fuoco incrociato o solo uccisa?

Giornali locali che hanno riferito il fatto subito dopo il suo verificarsi, hanno ripreso quanto comunicato dall’allora sovrintendente di polizia (SP) del distretto di Sukma, Jitendra Shukla. SP ha prima sostenuto che forze CRPF del campo di Puswada e polizia distrettuale erano andati nelle foreste di Rangaiguda per un’esercitazione di dominio zonale e stavano tornando da là quando è avvenuto uno scontro con maoisti vicino a Godelguda in cui una donna naxalitaè stata uccisa e un’altra naxalita ferita e arrestata.

Di fronte ad accuse di scontro fasullo, SP ha leggermente modificato quanto da lui dichiarato, ammettendo che le donne erano dei civili (“non indossavano uniforme maoista”) e ha affermato che erano  state uccise durante un fuoco incrociato, in uno scontro con i maoisti.

Tuttavia, i racconti di SP sullo scontro e il fuoco incrociato contrastano con quanto sostenuto da Deve, Hungi e altri abitanti del villaggio – quel giorno non c’erano maoisti e non era avvenuto nessun scambio di armi d fuoco. Il segretario del Comitato di zona di Kontadel PCI (maoista) ha pure ribadito in un comunicato stampa (del 5 febbraio 2019) che quel giorno nella zona non era presente il movimento maoista.

Giornalisti locali recatisi sul posto hanno trovato asce perse, ma curiosamente rilevato assenza di terra o erba macchiate di sangue, il che sta a indicare un tentativo delle forze di manomettere la prova. Hanno anche scoperto che il teatro dello “scontro” non è stata una foresta come di solito accade, ma un’area aperta con alberi sparsi. Dai dati disponibili è chiaro che sono stati sparati tre proiettili – deliberatamente – a tre persone in quel tratto di campo aperto quella mattina. Tre giovani donne sono state uccise in base al fugace sospetto d’essere maoiste.

Compensazione come giustizia?

Kawasi Lakhma, MLA (membro dell’Assemblea legislativa, n.d.t.) del Congressoal collegio elettorale di Konta – che comprende anche Godelguda – e un ministro del governo statale hanno anche dichiarato che lo scontro era fasullo, che le vittime erano donne di villaggio e su di loro non erano state trovate armi. In una lettera indirizzata al premier l’8 febbraio 2019, MLA ha detto che tali episodi “intaccano la fiducia popolare nel governo”. Irritate davvero dalle uccisioni, le organizzazioni adivasicome Sarv Adivasi Samajhanno chiamato a uno sciopero armato a Sukma.

Le famiglie della defunta e delle donne ferite hanno ricevuto un risarcimento monetario da Kawasi Lakhma (Rs 5 lakhalla famiglia della defunta e Rs 1 lakha quella delle donne ferite) e dall’amministrazione distrettuale (rispettivamente Rs 25.000 e Rs 20.000). SP Jitendra Shukla, ha informato la stampa tre giorni dopo il fatto che era stato presentato un FIR(primo rapporto informativo, n.d.t.) al thana(commissariato, n.d.t.) di Polampalli contro “ignoti per omicidio” e un’inchiesta giudiziaria era stata avviata (Patrikadel 6 febbraio 2019). Tuttavia, oltre 2 mesi dopo l’episodio non si hanno notizie di sviluppi in merito all’inchiesta.

La fiducia nelle indagini è comprensibilmente ridotta in Bastar. Il sentimento diffuso è la sfiducia, come detto dall’attivista e giornalista adivasiLingaram Kodopi. Dopo aver su questo fatto, ha osservato: “A che servono indagini condotte dalla polizia sugli eccessi della polizia, [specialmente] quando ciò che è successo è noto fin dall’inizio? Sono semplici chiacchiere, presto accantonate”.

Ha aggiunto: “Quando le forze vanno nella giungla per un’operazione maoista, forse lo fanno pensando di andare per un shikar (caccia). Perciò oltre alla pistola un poliziotto si porta dietro anche un foglio di polietilene e una corda. Dopo shikar, i cadaveri adivasi sono avvolti in questi fogli di polietilene, legati con una corda e mostrati ai media e al pubblico come maoisti. “

Se lo Stato di diritto prevalesse in Bastar, ai poliziotti CRPF che hanno sparato i tre colpi sarebbero state riservate le sezioni IPC(codice penale indiano, n.d.t.) 302 (omicidio) e 307 (tentato omicidio), sarebbero stati arrestati e processati come chiunque altro accusato così. Ma lo Stato di diritto non c’è in Bastar.

Bela Bhatia è una ricercatrice indipendente, reporter e avvocatessa per i diritti umani, abitante in Bastar, nel sud del Chhattisgarh.